Da Chiara Riganti un ricordo del prof. Dario Ghigo

Ho avuto la fortuna di conoscere Dario come docente universitario: nessuno come lui ha saputo spiegare con tanta chiarezza, rigore e dedizione la sua materia, facendo scattare in molti di noi una bella passione per la biochimica, grazie alla capacità di farne emergere il razionale clinico. Per tutti gli anni di università, tra noi studenti, parlando della bravura o meno di un docente, sorgeva la domanda: "E' bravo, ma ... più o meno Ghigo?". Lascio immaginare chi "vinceva regolarmente" questo confronto. E' stato per noi studenti un esempio fondamentale di rigore morale, correttezza ed amore per la conoscenza, uniti a grande umiltà ed umanità.

Entrando come allieva interna in tesi e muovendo i primi passi in laboratorio negli anni successivi alla laurea, ricordo - come tutti i miei colleghi - la sua attenzione e la sua pazienza certosina nel dirigere il lavoro scientifico, nello spiegare a noi giovani i bias e le strategie migliorative di un piano sperimentale, nel correggere i nostri primi tentativi di scrivere un manoscritto o un progetto. Spesso ci vergognavamo per la nostra inadeguatezza, vedendo la mole di correzioni e modifiche apportate e pensando a tutto il tempo che gli avevamo sottratto. Da parte sua tuttavia, abbiamo sempre ricevuto un costante incoraggiamento a supporto delle nostre attività ed iniziative: questo atteggiamento è stato fonte di intensa motivazione per chi, come noi, era agli inizi della propria esperienza scientifica.
Piano piano siamo cresciuti professionalmente, ma Dario è sempre rimasto il nostro punto di riferimento: ognuno di noi era certo di poter bussare alla sua porta, trovandolo ogni volta disponibile a dispensare consigli ed aiuti. Sostando nel suo studio per discutere i progetti scientifici, analizzare i risultati, rivedere un manoscritto, a tutti noi è capitato di soffermare lo sguardo sulla frase che compariva di fianco al suo tavolo e che riassume la sua figura forse meglio di ogni altra: “Disce ut semper victurus, vive ut cras moriturus”.

Dario ci ha lasciato indubbiamente un grande vuoto, ma anche un inestimabile esempio come persona, docente e ricercatore. E’ stato un esempio dicoscienziosità e perseveranza nel lavoro, di correttezza super partes e rigore morale in qualunque azione compiuta, di dedizione agli innumerevoli ruoli istituzionali che era chiamato a ricoprire.

Da sempre, ma soprattutto negli ultimi tempi, ci ha dimostrato come sia importante continuare a svolgere al meglio il proprio lavoro, qualunque esso sia, nonostante gli eventi avversi, facendo prevalere “l'ottimismo della volontà” sul “pessimismo della ragione”.

Il suo esempio ed i suoi insegnamenti ci accompagneranno in tutti i nostri passi futuri.

Chiara Riganti